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Il Teatro Trasformatore
di A. Ferrara
Come è noto F. Perls fu molto influenzato dal teatro ed ebbe esperienze dirette, in Germania, con Mayercold. Il suo modello terapeutico usò la drammatizzazione come strumento per amplificare la consapevolezza e soprattutto per rendere viva l'esperienza evidenziandola attraverso una forma di espressione che facilita un olismo effettivo. Durante la drammatizzazione delle parti non solo si attivano altre forme di pensiero, viene anche facilitato il contatto con la sensorialità e le emozioni. Pertanto avvengono più cose nello stesso tempo e più rapidamente. Nella tradizione gestaltica la drammatizzazione è usata in maniera diversa che nello psicodramma. Molte sono le differenze, ma quella sostanziale è che la Gestalt non si avvale di io ausiliari e neanche costruisce un'esperienza terapeutica organizzandola. L'attore unico è il paziente, guidato dal terapeuta.
Che si lavori con la sedia calda o con le due sedie o ci si identifichi nelle parti di un sogno, il protagonista è sempre il paziente. L'ambiente in cui vive è popolato di cose e persone, ruoli e personaggi che riflettono sue parti. Al paziente tocca riappropriarsene per poi assimilarle. Quanto è stato perso o alienato per le vicende della vita ha valore, è un patrimonio di potenzialità. Conviene integrarle.
Pur avendo avuto da giovane esperienza di attore a livello professionale sono arrivato al teatro come forma di terapia soltanto da alcuni anni. Incominciai nei programmi SAT e per la prima volta in Brasile. Faccio un teatro terapeutico ed è rivolto alla crescita. Il mio è uno stile molto vicino quello di un teatro effettivo e ne conserva un po' la magia. Il teatro, nella tradizione occidentale nasce dal ditirambo, rituale attraverso il quale veniva evocato il divino. In alcuni periodi storici, al contrario, non gli fu riconosciuto alcun valore educativo. Il teatro ha una peculiarità: l'attore si esprime incarnando l'opera teatrale. E per farlo usa intuizione, ma anche intelletto. Nel momento della rappresentazione, il testo e chi lo recita coincidono: si manifesta un pezzo d'arte. Quando un attore e l'opera teatrale si incontrano, viene fuori un personaggio che vive solo per un tempo. Dopo la rappresentazione non resta alcun oggetto che viva di esistenza propria, come avviene per un quadro o una scultura. È come i tempi della vita. Ciò che resta è la memoria e a volte parte dell'esperienza vissuta, quando l'artista la assimila. Allora diventa parte di sé. In sintesi, nel caso del teatro, l'opera d'arte è lo stesso soggetto che la fa, ed è opera d'arte vivente. Come tale è sottoposta a cambiamenti determinati dalle relazioni che l'attore stabilisce con l'ambiente e con i suoi stati interni. L'attore non può ripetere sé stesso. Anche quando la tecnica diventa eccelsa ci sono sempre variabili determinate dalle circostanze. È lui che sperimenta e si trasforma nell'atto creativo. Il pittore, lo scultore, trasferiscono parti di sé nell'immagine, nell'oggetto che resta. L'attore, quando è consapevole del processo di costruzione del ruolo, può trasformarlo. Possiamo dunque usare questa esperienza, fare teatro terapeutico, trasformatore.
I miei attori organizzano la loro rappresentazione, ne scrivono i testi e li mettono in scena. In una prima fase il lavoro è autodiretto e basato sulla spontaneità creativa degli autori interpreti. In una seconda fase il testo e la rappresentazione vengono rivisitati e a volte completamente riscritti, allo scopo di indurre consapevolezze e cambiamenti. Intervengo utilizzando le mie conoscenze delle mappe caratteriali e le applico ai pazienti attori. Uso la psicologia degli Enneatipi e allo stesso tempo guardo alla struttura di Copione. Creo situazioni sceniche perché il personaggio manifesti qualcosa che risulti significativo per chi lo interpreta. Così che l'attore, facendo teatro, in pratica attraverso un trucco, possa sperimentare ciò da cui fugge o quello che continua a ripetere in maniera meccanica o qualcosa di completamente nuovo per lui. "Il personaggio lo fa, non Io". Il teatro dà un permesso. Nel dialogo interno c'è un pensiero che sostiene il trucco: "Lo spettatore sa che è teatro. Sono attore e si sa che interpreto ruoli". Non è lui lo stupido, il killer, il condannato a morte, quello pieno di voglie e desideri o il seduttore che sta rappresentando. Nel caso del teatro trasformatore il trucco dura solo per un tempo. Poi il paziente si rende conto che chi parla e si esprime è proprio lui e allora non c'è più nessun ruolo che lo protegga e nessuna maschera che copra. È il momento della consapevolezza. Ora è scoperto, con i suoi lati sconosciuti e le potenzialità impreviste. Allo stesso tempo si liberano energia repressa e vitalità. Nell'azione teatrale è coinvolto il corpo e i sensi diventano più attivi. Se l'attore sta fermo e piantato sui piedi ottiene un effetto e se cammina saltellando un altro. La meccanicità del carattere tende a fa riprodurre gli stessi movimenti in situazioni diverse e l'effetto comunicativo è senza impatto. La voce che parte dalle viscere ha colore ben differente e sollecita vibrazioni emozionali insospettate a chi abitualmente si esprime con suoni acuti, che risuonano della testa e rendono bambina anche una donna avanti negli anni.
Creando il personaggio il paziente attore apprende nuove possibilità e, invitato alla consapevolezza dell'esperienza, ne scopre i significati. Si può imparare ad essere asserivo, ad accogliere o ad abbracciare. Ci si può commuovere, arrabbiare ed esprimere gioia, sperimentare la tristezza e il dolore del dramma, il ridicolo o il surreale della commedia, ogni personaggio facilita la scoperta di qualche potenzialità e il repertorio per la vita si arricchisce di nuove vie possibili. Il gruppo di terapia è il pubblico, ma il vero pubblico è l'osservatore interno, è per lui che viene fatta la recita. Senza spettatori manca energia.
Il rimando partecipativo o silenzioso, le emozioni e gli stati d'animo di chi assiste, offrono lo sfondo che nutre l'azione teatrale e vivifica il personaggio. Se vuoi l'applauso guadagnalo. Guarda lì verso la platea, alle persone, no nel vuoto. È a loro che parli. Non stai recitando. Il personaggio è nella tua carne, dentro di te, nel tuo corpo. A poco a poco gli attori acquistano vitalità, si trasformano e diventano veri, sentono e fanno sentire vibrazioni. L'attore si fa pezzo d'arte.
Tratto da: Le Voci della Gestalt, a cura di Antonio Ferrara e Margherita Spagnuolo Lobb, Franco Angeli -
Intervista ad Antonio Ferrara, Psicologo, Psicoterapeuta, Direttore dell'IGAT Istituto di Psicoterapia della Gestalt e Analisi Transazionale, creatore di una forma di psicoterapia integrata, denominata TEATRO TRASFORMATORE
Teatro Trasformatore con Ennatipi 7 e 3
Sao Miguel do Gostoso BRASILE
15/17 Gennaio 2010
In genere inizio il lavoro di teatro a partire dalla rappresentazione di una scena, imbastita su un canovaccio, preparato dagli stessi attori.
In una seconda fase spingo ad entrare nello sconosciuto provocando, tramite un atto creativo, la possibilità di sperimentare altre forme di esistenza e a questo scopo, intuitivamente, trasformo testo e personaggi. Nella scena riportata la “trasformazione” è stata utile per mettere a fuoco e far contattare aspetti inconsapevoli e ripetitivi del carattere, l’ignoto che produce malessere.
In questo caso, il personaggio maschile, secondo la Psicologia degli Enneatipi, la caratterologia fondata sull’Enneagramma, appartiene al tipo sette, il goloso -
E’ stato importante identificarsi in qualcuno che perde ogni appoggio ed ogni riferimento, un vagabondo buttato nella strada, rifiutato e costretto all’elemosina per la sua sopravvivenza.
La forza del carattere si manifesta anche quando in una situazione di totale miseria, dicendo che gli manca tutto, anche il pane, si lamenta come fosse il peggiore dei guai, di non avere neanche una radio per sentire un po’ di musica. Ancora un appiglio al quale si lega per non sentire quanto sia profonda la sua disperazione.
La moglie, che appartiene alla tipologia tre, vanità, presa dal suo attivismo e dal voler controllare ogni cosa, una volta caduta nella malattia mortale, il cancro, finalmente prende contatto con un insostenibile senso di vuoto. Si rende conto che l’immagine che ha sempre mostrato a se stessa e al mondo, serve a coprire una mancanza d’essere e finalmente tocca momenti di dolore intenso.
Pure in lei traspare l’estrema difesa caratteriale e quindi, anche in punto di morte viene fuori l’inganno, quando dice che non potrà morire tranquilla senza sapere chi si prenderà cura del figlio. Di fatto fugge ancora da un contatto più profondo con se stessa.
Teatro Trasformatore
Dall'intensità immaginata
alla clausura in sé
Le immagini che seguono sono state estrapolate da una scena teatrale elaborata dalle stesse attrici che l’hanno rappresentata, utilizzando soprattutto l’improvvisazione. La protagonista si identifica nel "personaggio" di un quadro, che vive una vita piena di esagerata intensità. Secondo la Psicologia degli Enneatipi, caratterologia basata sull’enneagramma, l’"attrice" appartiene al carattere "avaro" (numero 5), che si distingue per le sue forme di isolamento e chiusura in sé.
Il personaggio viene quindi "trasformato" in una suora di clausura. Il cambiamento permette "all’attrice" di entrare in contatto con gli aspetti più nascosti e profondi della sua personalità, con le rinunce, l’isolamento, le carenze d’amore e il desiderio di uscire dalla "cella" nella quale si è rifugiata, per andare, finalmente, fuori nel mondo.
Informazioni ed Iscrizioni
IGAT – Via Pietro Castellino 21 – 80128 Napoli
Tel/Fax 081-
Orari di Segreteria: Dal Lunedì al Venerdì
dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 15:00 alle 18:00
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